Gli Arazzi di Raffaello in Cappella Sistina

“Opera più tosto di miracolo che d’artificio umano”

Un’esposizione rara ed eccezionale che ha offerto “uno spettacolo unico” dal 17 al 23 febbraio 2020

Il 2020 è l’anno delle celebrazioni del Cinquecentenario della morte di Raffaello. La pandemia mondiale innescata dal propagarsi del coronavirus ha per ora bloccato le numerose iniziative, mostre e convegni, organizzate nel mondo per ricordare il genio urbinate, tradotte parzialmente in tour virtuali, utile riflesso di grandi e affascinanti occasioni perse. Nell’ambito di tali celebrazioni, prima dell’aggressivo contagio estesosi dalla Cina nel mondo, i Musei Vaticani sono riusciti ad offrire al pubblico un evento di rarità assoluta, l’esposizione degli arazzi di Raffaello in Cappella Sistina che dopo circa 400 anni sono tornati per una settimana – ufficialmente dal 17 al 23 febbraio – nella sede per cui furono pensati e voluti da papa Leone X. Se si eccettuano, infatti, le brevi e parziali esposizioni del 1983 e del 2010, gli ultimi dati certi noti fino ad ora sulla presenza dei preziosi panni nel sacello papale risalgono alla fine del Cinquecento. Il progetto di allestimento e la sua realizzazione sono stati il frutto di un impegnativo lavoro da parte di tutto il Museo coinvolto con l’impiego di un ingente quantità di forze coordinate da chi scrive. E grande è stata l’emozione quando, dopo tredici ore di allestimento, gli arazzi montati sulle pareti appesi agli antichi ganci, hanno svelato una cappella diversa in cui le monumentali immagini dei due Apostoli Pietro e Paolo, grandeggiando sulle pareti, hanno improvvisamente svelato il contributo religioso e artistico che Leone X aveva concepito in maniera grandiosa affidandolo al pennello di uno dei massimi artisti di tutto tempi, creatore di immagini popolari, immutabili ed eterne. L’impresa è stata impegnativa non solo dal punto di vista tecnico, per la pesantezza e il formato atlantico dei panni dalle misure che superano talvolta i 6 metri per lato per una superficie che giunge fino a 30 metri quadri ad arazzo e che ha richiesto perizia e maestria da parte degli operatori tecnici del Laboratorio di Restauro Arazzi e Tessuti e della Squadra Manutenzione dei Musei Vaticani, ma anche dal punto di vista progettuale.  Un lungo periodo preparatorio è stato, infatti, dedicato a capire come proporre gli arazzi, studiando in modo approfondito i documenti antichi esistenti – anzi inesistenti per quanto riguarda il modo di collocarli sulle pareti – e, a partire dai fondanti scritti di John Shearman, gli studi di settore non sempre concordi su come e dove collocare i panni. La scelta è stata quella di esporre, compatibilmente con le trasformazioni decorative e strutturali che la Cappella Sistina ha subito nel corso dei secoli – prima fra tutti la realizzazione del Giudizio Universale di Michelangelo al posto del quale probabilmente venivano appesi i due primi panni della serie – tutti e dodici gli arazzi, comprese le due bordure delle Ore e delle Stagioni, degli Atti degli Apostoli conservati nelle collezioni vaticane. A tale scopo si è optato per l’ipotesi elaborata da Anna Maria De Strobel e Arnold Nesselrath, storici curatori del Reparto delle Arti dei Musei Vaticani, che, dopo un attento studio durato anni, sono riusciti a collocare sulle pareti tutti gli arazzi secondo un allestimento che i due studiosi ipotizzano possa essere il criterio espositivo originale. L’intento è stato non solo quello di offrire al pubblico uno spettacolo di impareggiabile e assoluta bellezza, ma anche quello di stimolare la discussione fra studiosi già iniziata durante la tavola rotonda, curata da Ana Debenedetti, svoltasi nell’agosto 2019 sull’argomento presso il Victoria and Albert Museum di Londra in una privilegiata e straordinaria visione dei cartoni raffaelleschi ivi conservati, liberati per l’occasione dai vetri e dalle cornici. Un gruppo di esperti internazionali è stato, infatti, invitato per riflettere sull’allestimento, valutare la soluzione adottata, proporre alternative. Si è trattato di un costruttivo e proficuo scambio di idee tra studiosi che dibattono da tempo sull’annosa questione riguardante il numero di arazzi commissionati a Raffaello, il loro posizionamento, le possibili rispondenze tra i panni e gli affreschi quattrocenteschi delle pareti. Pur nel successo dell’impresa, la prova sul campo ha mostrato indubbiamente incongruenze e suscitato perplessità, mostrando come tutte le ipotesi finora formulate non siano in grado di chiarire inequivocabilmente lo spinoso problema che porta con sé argomenti storici (dubbioso infatti rimane il numero degli arazzi), strutturali (come quello della definizione cronologica dello spostamento della transenna della Cappella Sistina), concettuali e teologici (su quale parete vadano posizionate le storie dei due santi in rapporto con le sovrastanti storie di Mosè e Cristo e in rapporto all’altare e alle regole cerimoniali?).

Gli arazzi degli Atti degli Apostoli, che sono chiamati anche con un termine più antico della Scuola Vecchia, furono commissionati per la Cappella Papale, luogo eletto della Cristianità, da papa Leone X de’ Medici, pontefice di raffinata cultura e amante delle arti a completamento del programma iconografico e religioso della Sistina iniziato dai due papi Della Rovere, Sisto IV e Giulio II. L’idea era di inserirsi in un sacello già preziosamente decorato alla fine del Quattrocento sotto Sisto IV, che aveva commissionato ai più grandi artisti fiorentini del Quattrocento, quali Botticelli, Ghirlandaio, Perugino, Cosimo Rosselli, il compito di decorare le pareti con le storie affrontate della vita di Mosè e di Cristo, e, all’inizio del Cinquecento da papa Giulio II, che invece aveva incaricato Michelangelo di ornare la volta con gli episodi della Genesi, Sibille e Profeti. Gli arazzi furono fin da principio destinati alla parte inferiore delle pareti, là dove sotto Sisto IV erano stati dipinti finti tendaggi con lo stemma di quel pontefice. Il prestigioso incarico di concepire la serie di panni fu affidato da Leone X al “divin pittore” Raffaello Sanzio da Urbino, giunto a Roma nel 1508, che a quell’epoca, nel 1515, aveva già raggiunto fama e onore per le sue incredibili creazioni. Il lavoro giungeva all’artista in un momento di fervida attività che lo vedeva impegnato nella decorazione dell’appartamento pontificio, più noto oggi come le Stanze di Raffaello, nella sovrintendenza alla Fabbrica di San Pietro, come “prefectus marmorum et lapidum omnium” (1515), alle prese con richieste continue di illustri committenti. Al culmine della sua carriera l’artista accettava una nuova sfida che lo proiettava nel campo di quelle arti “congeneri”, così come le definì Vasari, oggi dette minori o meglio decorative,“in quella bellissima invenzione degli arazzi tessuti che fa comodità e grandezza, potendo portare la pittura in ogni luogo salvatico e domestico” e che a Raffaello dava l’occasione e l’onore di intervenire nella Cappella Papale. Coadiuvato dagli allievi, tra il 1515 e 1516, Raffaello affrontò con entusiasmo l’impresa che si trasformerà in un altro grande successo. Nello spazio sacro più altamente rappresentativo, vero e proprio luogo identitario della Chiesa Romana Cattolica, dove si celebrano le grandi liturgie, dove i cardinali riuniti in conclave eleggono il pontefice, all’ombra della volta michelangiolesca con la Creazione del mondo e dell’uomo, sotto le storie della vita di Mosè e Cristo, i due legislatori del Vecchio e Nuovo Testamento, l’artista ideò un grande ciclo monumentale dipinto su carta con le storie dei due apostoli Pietro e Paolo, campioni e testimoni di fede, da tradurre in grandi e magnifici arazzi.

Le vicende di Pietro, pastore e vicario di Cristo, e Paolo, l’Apostolo delle Genti, venivano così a sviluppare il tempo sub Gratia della Chiesa, del Nuovo Testamento, che assimila, trasforma e fa proprio il tempo sub Legge dell’Antico Testamento, delle storie di Mosè. Si tratta di un grande racconto del mondo e della Chiesa che anni dopo arriverà alla fine della storia dell’umanità nel potente affresco michelangiolesco del Giudizio Universale, manifestazione grandiosa e impetuosa della giustizia di Dio e del suo ordine provvidenziale. L’impegnativo compito prevedeva da parte dell’artista la scelta di un linguaggio che potesse competere con la maestosità del luogo e delle sue decorazioni, ma nello stesso tempo essere tradotto in un medium particolare quale l’arazzo. Il modello, infatti, doveva prevedere non solo l’inversione della scena che nell’arazzo finito è speculare rispetto al cartone, ma anche ampie, definite e semplici campiture di colore e di forme da potere essere trasferite in un intreccio di fili. Raffaello inventa, allora, composizioni spaziose e semplificate, accentua le proporzioni dei corpi, i movimenti, rafforza i lineamenti dei volti per facilitarne la resa in tessuto. Raggiunge lo scopo guardando “le fatiche de’ maestri vecchi, e quelle dei moderni” (Vasari) attingendo un po’ ovunque, assorbendo qualunque suggestione. Raffaello cita se stesso, squaderna la sua ampia cultura artistica; conosce le xilografie di Dürer accanto ai capolavori dell’antichità classica e quelli a lui contemporanei; guarda alla natura, tutto trasformando in un’inedita sintesi, nell’invenzione di uno stile e di idee nuove ed originali.

 

Entro il 1517 i modelli per i panni, giunsero a Bruxelles. La novità della pittura raffaellesca, della spazialità e monumentalità rinascimentale, all’arrivo dei cartoni Oltralpe, ebbe un impatto deflagrante, si trattò di un vero ciclone che, con la sua originalità e novità, mutò irrevocabilmente il corso della storia dell’arte europea. A capo di un’ampia bottega nel Marchè aux Charbons di Bruxelles, tessitore, imprenditore, mercante di arazzi tra i più celebri, anche Peter Van Aelst , a cui fu affidato il delicato compito della tessitura, abbracciò con entusiasmo l’impresa che sancì la sua notorietà a livello internazionale. La notizia della prodigiosa opera cominciò subito a diffondersi in un susseguirsi di missive e racconti. Mentre ancora gli arazzi erano su telaio, il 30 luglio del 1517, il canonico Antonio de Beatis, durante un viaggio nelle Fiandre al seguito del cardinale Luigi d’Aragona, appuntava nel suo Diario la visita a Bruxelles e alla nota bottega dove ebbe il privilegio di vedere “un pezzo de la dimostratione quando Cristo donò le chiavi a san Pietro, che è bellissimo (…) dal quale el signore fe judicio che saranno de più belli de Christiani”. Nel 1519, sette dei dieci arazzi giunsero a Roma dove vennero esposti nella Cappella Sistina il 26 dicembre 1519, giorno di Santo Stefano, in occasione della Santa Messa, tra lo stupore e l’ammirazione generale. L’effetto della Cappella, parata dei magnifici panni, dovette essere straordinario, come ricorda il Maestro di Cerimonie Paride de Grassi che nel suo Diario scrisse come i nuovi splendidi e preziosi arazzi affissi sulle pareti del sacello furono giudicati da tutti superiori per bellezza a qualsiasi altra cosa in terra. Gli ultimi tre arazzi giunsero da Bruxelles a Roma entro il 1521, prima della morte del pontefice avvenuta il 1° dicembre di quell’anno. Il felice connubio tra una personalità prorompente come quella di Leone X, un artista geniale come Raffaello e un raffinato tessitore come Pieter Van Aelst aveva prodotto un capolavoro. Le storie dei due Principi degli Apostoli stupiscono ancora oggi per l’estro creativo, la dovizia di particolari, la resa realistica di barbe e capigliature, la fluidità e preziosità delle vesti, la raffinatezza delle bordure tramate d’oro con lo stemma mediceo, la perizia tecnica dei tessitori che hanno illuminato di riflessi dorati e argentati questi capolavori immortali. Circa cinquanta anni dopo commentava il Vasari “opera più tosto di miracolo che d’artificio umano poiché in essi vi sono acque, animali, casamenti talmente ben fatti che non tessuti, ma paiono veramente fatti col pennello” ricordandone la loro incredibile capacità mimetica della pittura. L’immensa risonanza e il successo della serie travalicarono da subito i confini nazionali come testimoniano le numerose repliche successive, tra le più note quelle tessute per principi e sovrani quali, pochi anni dopo, ancora nel Cinquecento, quelle per Francesco I re di Francia e per Enrico VIII d’Inghilterra, ambedue distrutte, per le corti di Mantova e Madrid e nel Seicento tra le più famose, quelle di Loreto e di Carlo I d’Inghilterra, quest’ultima realizzata nella manifattura di Mortlake ed oggi conservata presso il Mobilier National di Parigi. La vita successiva degli Arazzi Vaticani fu avventurosa e rocambolesca. Alla morte di Leone X, avvenuta nel dicembre 1521, gli straordinari panni furono in parte impegnati per sopperire al costo delle esequie del pontefice e del conclave e per evadere gli ingenti debiti accumulatisi nel corso del pontificato leonino. Solo per gli arazzi il pontefice aveva investito l’importante somma di 15.000 o 20.000 ducati d’oro, una cifra cinque volte più alta di quella pagata a Michelangelo per la volta della Cappella Sistina. Gli arazzi dovettero essere disimpegnati e recuperati poco dopo da papa Adriano VI che li espose, parte o tutti, nella Cappella Sistina in occasione dell’anniversario della sua incoronazione. Il 12 maggio 1527 il corpo del comandante generale delle armate imperiali Charles de Bourbon, morto durante il Sacco di Roma dei Lanzichenecchi, venne posto in Cappella Sistina dove tra candele e salmi, secondo il veneziano Marin Sanudo, facevano bella mostra “quelle riche e più belle tapezerie di Nostro Signore” dubitativamente identificate con la serie degli Atti degli Apostoli. Depredati in parte durante il sacco dei Colonnesi del 1526 e dei Lanzichenecchi del 1527, che mise a ferro e fuoco la città, sono registrati di nuovo in Vaticano alla fine del Cinquecento. Da questo momento gli arazzi dovettero essere utilizzati ben poco in Cappella Sistina. Poche e incerte sono, infatti, le notizie sul loro uso nel sacello pontificale. Custoditi abitualmente nella Guardaroba pontificia, cioè nella Floreria Apostolica, nel corso del XVII e XVIII secolo furono, invece, utilizzati nelle solenni cerimonie quali giubilei, incoronazioni e canonizzazione in occasione delle quali i preziosi panni venivano esposti nell’atrio della Basilica. Alcune incisioni li mostrano sulle pareti della Scala Regia dove, durante la processione del Corpus Domini, solenne e antica festa amatissima dal popolo romano, erano posti a onorare il passaggio del Pontefice e del SS. Sacramento. Dopo circa due secoli di quiete, nel 1798 durante l’invasione di Roma da parte delle truppe francesi i pregiati manufatti furono nuovamente trafugati, messi all’asta e comprati a basso prezzo da una società di rigattieri. Fu solo nel 1808, grazie al cardinale Consalvi, segretario di Stato di Pio VII, che i panni tornarono a Roma acquistati dal governo pontificio presso un israelita di Livorno. Restaurati più volte nel corso dell’Ottocento, esposti nell’appartamento di San Pio V e successivamente nella Galleria degli Arazzi appositamente allestita nel 1932, con la costruzione della storica Pinacoteca Vaticana ad opera dell’architetto milanese Luca Beltrami, trovarono fissa dimora nelle vetrine del Salone di Raffaello, dove ancora oggi sono esposti assieme a tre dei più importanti capolavori pittorici dell’artista urbinate.

Ancora una volta Raffaello aveva prodotto un’opera che diverrà storia, perché se la maestria tecnica dei tessitori fiamminghi va sicuramente riconosciuta e apprezzata, quello che fa di ogni arazzo della serie un capolavoro indimenticabile per pathos, dramma ed emozione è, in realtà, l’invenzione raffaellesca, l’originale narrazione della grande storia sacra. L’eccezionale allestimento in occasione del Quinto Centenario della morte dell’artista è stato non solo omaggio dei Musei Vaticani al divino Raffaello, massimo artista, orgoglio dell’Italia e del mondo ma anche testimonianza della grande tradizione artistica e liturgica della Chiesa Cattolica Romana.

di Alessandra Rodolfo

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