Paris Bordone, un colorista veneziano internazionale

Il caso dell’Ecce Homo e dei suoi multipli

di Andrea Donati

Paris Bordone è uno dei maggiori coloristi veneziani. Nato a Treviso nel 1500 rimase presto orfano di padre e fu portato giovanissimo a Venezia dalla madre che apparteneva a un ramo patrizio dei Gradenigo. Fu educato alle lettere da uno zio prete e poi messo a bottega da Tiziano. A diciott’anni era un pittore indipendente ed entrò subito in competizione con Tiziano, Palma, Lotto, Pordenone. Nel 1534 vinse un importante concorso per la Scuola Grande di San Marco dipingendo la “Consegna dell’anello al doge” che gli assicurò fama fino ai nostri giorni. Operò a Venezia, Treviso e in altre città appartenenti al territorio della Serenissima. Fu stimato universalmente come pittore di opere sacre e profane, paesaggi, architetture, ritratti. Sposò Cinzia Spada che apparteneva alla classe “cittadinesca” ovvero borghese di Venezia e fin dal 1536 risulta vivere in contrada San Marcilian, nella parrocchia della Madonna dell’Orto. Da documenti successivi si apprende che affittava una casa del canonico Ruberti in Corte del Cavallo. A tale indirizzo restò legato per il resto della vita. Nel 1546 dipinse un ciclo di quadri mitologici per il banchiere Christopher Fugger, che aveva una casa a Venezia vicino al Fondaco dei Tedeschi. Quei quadri furono lodati da Pietro Aretino e sono conservati al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

La chiamata a Milano e i contatti con l’artistocrazia

Nel 1548 fu chiamato a Milano da Carlo da Rho, un autorevole esponente del patriziato lombardo. Carlo da Rho aveva vissuto il passaggio del Ducato di Milano dal dominio di Francesco Sforza a quello dell’imperatore Carlo V che nel 1546 aveva conferito il comando a Ferrante Gonzaga. Il 26 aprile 1540 Carlo da Rho risulta latore di una lettera inviata da Don Lope de Osorio all’Aretino a cui veniva assegnata una pensione di cinquanta scudi sulla tesoreria imperiale. Osorio nella precedente lettera all’Aretino del 3 gennaio risulta in contatto amichevole con Tiziano che egli dichiara essere giunto a Milano il 1 gennaio 1540. In effetti poi Tiziano eseguì per la chiesa di Santa Maria delle Grazie la grande Incoronazione di spine che ora si trova al Louvre. Nel 1548 Bordone dipinse alcuni dei suoi capolavori per la casa di Carlo da Rho e di sua moglie Paola Visconti oggi dispersi tra i musei di Brera, Berlino e Colonia. Quando Bordone si trovava a Milano nel finale del 1548 passò il principe Filippo, erede al trono di Spagna, che fu ricevuto in pompa magna dal governatore Ferrante Gonzaga. Si celebravano proprio allora sotto le feste di Natale le nozze di Ippolita Gonzaga e Fabrizio Colonna. Per Milano passò pure Tiziano diretto per la prima volta alla corte di Augusta dove lo attendeva l’imperatore Carlo V. Ad accompagnare ufficialmente il principe Filippo in Germania era il marchese di Astorga che commissionò a Bordone alcuni quadri perduti, mentre il cardinale di Augusta chiese a Bordone il grande quadro di “Augusto e la Sibilla Tiberina” oggi al Museo Puskin di Mosca. Negli anni seguenti continuò a spedire quadri a Milano, Torino, in Germania, in Polonia. Si era fatto parecchi clienti tra l’aristocrazia feudale e la borghesia mercantile, ma nonostante i continui spostamenti per motivi di lavoro continuò a mantenere la residenza a Venezia. Bordone amava vivere anche in campagna e non perdeva occasione di tornare a Treviso e in Lovadina dove possedeva delle terre che ispirarono i paesaggi dei suoi dipinti.

Il viaggio a Parigi alla Corte del Re di Francia

Nel 1566 Giorgio Vasari durante un breve viaggio a Venezia chiese notizie a Bordone sulla sua vita e le sue opere per aggiornare la seconda edizione delle Vite dei Pittori che sarebbe uscita nel 1568. Da quell’incontro venne a sapere che il pittore trevigiano aveva fatto un viaggio alla corte del re di Francia. Nella stampa di Vasari la data del viaggio di Bordone a Parigi risulta il 1538, ma si tratta di un evidente errore tipografico. Questa data non è assolutamente attendibile. Il viaggio a Parigi va posto molto più tardi. Solo dopo aver maturato rapporti di lavoro con parecchi esponenti della borghesia mercantile tedesca e dell’aristocrazia imperiale, essendo richiesto ormai da tutte le corti europee, alla fine degli anni cinquanta Bordone fu invitato in Francia dai Lorena. Il vecchio cardinale di Lorena era già stato committente di Tiziano negli anni trenta. Nel 1559, al tempo dell’avvento al trono del giovane Francesco II di Valois, la Francia era governata di fatto da Francesco di Lorena secondo duca di Guisa (1519-1563) e da suo fratello il cardinale Carlo di Lorena (1525-1574). Il duca di Guisa aveva sposato il 29 aprile 1548 Anna d’Este, figlia di Ercole II e di Renata di Francia. Nel 1559 i Guisa e i Lorena raggiunsero l’apice del potere quando il re di Francia sposò la regina Maria Stuarda, che era figlia di Giacomo V di Scozia e di Maria di Guisa. Quest’ultima era figlia di Claudio di Guisa, capostipite del ramo cadetto dei Lorena, e di Antonietta di Borbone. Allora la Repubblica di Venezia mandò segretario d’ambasciata a Parigi un membro della famiglia Bonrizzo. Bordone era legato ai Bonrizzo da lunga amicizia fin dai tempi della gioventù a Venezia e del viaggio a Milano nel 1548. Quando andò in Francia è verosimile che passasse per Milano un’altra volta. In Francia, o immeditatamente dopo il suo ritorno a Venezia, Bordone dipinse alcuni quadri per i Guisa e i Lorena. In particolare dipinse un Ecce Homo per il cardinale di Lorena. Il quadro può essere identificato con quello ritrovato da Piero Corsini in un’asta di provincia fuori Parigi nel 1988 (olio su tela, cm 115 x 160). Tuttavia le fonti storiche ricordano un’altra versione autografa dell’Ecce Homo di Paris Bordone a Venezia nella collezione di Simone Lando (1519-1584), discendente del doge Pietro Lando. Il quadro fu lasciato in eredità alle monache di Santa Maria Maggiore che lo vendettero nel 1698. Il quadro fu recuperato dai magistrati di Venezia, ma andò disperso prima della caduta della Repubblica. Nel 1563 Paris Bordone risulta avere avuto un figlio di nome Giovanni, due femmine già maritate Angelica e Lucrezia e due nubili Cassandra e Ottavia. Prima di morire nel 1571 dispose di essere sepolto nella chiesa di San Marcilian assegnando una dote a ciascuna delle figlie femmine e lasciando in eredità al figlio Giovanni la bottega e un cospicuo patrimonio immobiliare tra Venezia e la Lovadina.

Una capacità produttiva pari a quella di Tiziano, Tintoretto e Veronese

Paris Bordone ha all’attivo centinaia di dipinti e numerosissime copie che dimostrano una capacità produttiva pari a quella di Tiziano, Tintoretto e Veronese. Giovanni Bordone collaborò inizialmente con il padre finché non divenne titolare della bottega. Giovanni (“Zuanne quondam Paris Bordon”) risulta iscritto alla fraglia o compagnia dei pittori di Venezia dal 1582 al 1612. Morì nella casa paterna a Venezia il 16 giugno 1613. Tuttavia l’unica opera pubblica di Giovanni Bordone ricordata dalle fonti è la pala del “profeta Daniele tra i leoni” dipinta per la chiesa di Santa Maria Formosa, ora conservata nella raccolta di Egidio Martini a Ca’ Rezzonico. Finora si poteva supporre che Giovanni Bordone fosse intervenuto in parecchi dipinti eseguiti dal padre dal 1560 in poi, ma mancavano all’appello opere firmate che consentissero di stabilire un termine di paragone. L’apparizione in asta a Milano di un “Ecce Homo” firmato da Giovanni Bordone (“IOANES BORDON F.e) a perfetta imitazione di quello eseguito da Paris Bordone per il cardinale di Lorena consente finalmente di definire meglio la vicenda di un’invenzione di grande successo e stabilire in che modo il figlio lavorasse nella bottega del padre e quanto fosse capace d’imitare il suo stile.

Dodici versioni dell’Ecce Homo : solo due sono riconducibili con certezza a Paris Bordone

Esistono almeno dodici versioni dell’Ecce Homo, ma solo due sono riconducibili con certezza alla mano di Paris Bordone, il resto sono copie del figlio Giovanni e di copisti estranei alla bottega. Giovanni si dimostra piuttosto abile ad imitare lo stile del padre e le sue copie si distinguono dalle altre per una maggiore accuratezza, anche se la sua pennellata è meno morbida e fluida di quella del padre, e il suo chiaroscuro rivolto a un tenebrismo che anticipa il gusto secentesco. Alla Pinacoteca Manfrediniana di Venezia è esposto per la prima volta al pubblico dall’11 aprile al 29 giugno 2019 un “Ecce Homo” di Paris Bordone (olio su tela, cm 102 x 152) acquisito da una raccolta privata di Milano nel 1985. È possibile che provenga da un’antica famiglia milanese o veneziana, anche se al momento attuale non ci sono prove per dimostrare che corrisponda all’Ecce Homo della collezione Lando. Un’altra versione dell’Ecce Homo di Bordone, copia di bottega, si trova da circa due secoli nel duomo di Padova, ciò che indica la fortuna del quadro in area veneta. Il restauro dell’Ecce Homo esposto alla Pinacoteca Manfrediniana di Venezia ha restituito piena leggibilità alla superficie pittorica e consentito di confermare l’attribuzione già da me proposta nel catalogo ragionato pubblicato nel 2014. La composizione è molto originale e teatrale, e anticipa una messa in scena tipica della pittura barocca. La raffigurazione di Cristo presentato al giudizio del popolo è uno dei maggiori successi di Bordone che ha inventato questo dipinto al tempo in cui si trovava in competizione diretta con Tiziano e gli contendeva i clienti più prestigiosi sulla piazza di Venezia e di tutta Europa.

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